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domenica, 11 maggio 2008

TUTTO COME PRIMA

Delusione per chi non vedeva l'ora che in Libano si arrivasse alla guerra civile.

Hezbollah ha mostrato i muscoli ed ha dato un severo ammonimento al governo (che sta lì con i denti essendo, molto probabilmente, in netta se non devastante minoranza nel paese).

Il governo Siniora è lo stesso che non ha impartito l'ordine all'esercito libanese di combattere contro Israele  nel 2006 (sembra il riflesso di Abu Mazen nello specchio regionale), Hezbollah (o Hizbollah fa lo stesso) ha difeso vittoriosamente (per quanto era nelle sue capacità) il Libano contro la stessa devastante aggressione.

La gente tende a dimenticare, in genere, se i mafio-mas-media non ci puntano più sopra ditino, inchiostruccio e telecamerina, i drammi degli altri, ma nel 2006 quasi il totale numero delle infrastrutture del paese venne raso al suolo, a centinaia di migliaia di libanesi venne distrutta la casa e qualche migliaio è rimasto sotto le loro macerie grazie all'azione devastante dell'aviazione sionista (proprio in questi giorni ne lodiamo le gesta  dedicandogli la Fiera del Libro di Torino).

Naturalmente i pianti sono stati indirizzati, come il complesso mafio-mas-mediatico internazionale ci ha abituati da tempo, esclusivamente per qualche muro scheggiato in Israele e, purtoppo ci sono state, verso le vittime civili israeliane (non so se il numero abbia raggiunto le dita  di una mano, ma non credo).

Dopo quella tragica estate 2006 (in cui furono gli Usa ad ordinare ad Olmert di attaccare il Libano, non dimentichiamolo) il paese dei cedri è una terra contesa tra la Nato (credo, ormai, sia inutile fare distinzioni  tra Usa ed Europa) da una parte con i suoi alleati, veri o psesunti che siano, nella regione ed un numero imprecisato di protagonisti, che si vogliono forzatamente indicare nei soli Siria ed Iran.

La realtà, naturalmente, è tutta un'altra e proviamo a tirare delle somme.

Dopo il 2006, il Libano ha truppe straniere , in prevalenza Nato ed addentellati vari, all'interno del proprio territorio, il pretesto, quanto di più grottesco possa essere, impedire altre infelici sortite di Israele, il quale non ha mai smesso di sorvolare minacciosamente il paese  con i caccia militari forniti dagli Usa (anche i cieli della Siria, naturalmente) e per farlo, senza per altro essere richiesto dai libanesi (con l'ormai ridicolo avallo ONU), non vanno a posizionarsi in tutti e due i confini (nemmeno lo hanno chiesto, mentre dalla Serbia lo pretendevano, poi sappiamo come andata a finire), bensì solo dalla parte libanese.

Ovviamente, ciò non suscitò minimamente le proteste israeliane, la cui precedente azione di aggressione faceva evidentemente  parte del complotto ordito per impedire qualsiasi indipendenza del Libano, anche perchè toglieva ai sionisti la dura impresa di "difendere" il confine del sud del Libano, in cui Hezbollah è più forte.

Un altro fattore, di quelli che ti tolgono in maniera totale o quasi l'indipendenza e più di un esercito occupante, intervenì il Fondo Monetario Internazionale, con il pretesto di ricostruire il paese (sappiamo in tanti, ormai, cosa esso significhi).

Ora in ballo c'è anche la trasformazione di un aereoporto civile nel Nord del Libano in una base aerea militare della Nato, ma sotto stretto controllo degli Usa, questo è alla radice della tentata chiusura della rete di telecomunicazioni gestite da Hezbollah ( insieme ai cristiano-maroniti di Aun) e della rimozione (fallita anche quella) del responsabile della sicurezza dell'aereoporto cvile di Beirut (anch'egli legato all'opposizione), poichè, l'incontro tra l'immissario della Cia con il governo di Siniora , che definire illegittimo è quanto di più si avvicini alla realtà, sembra sia avvenuto all'aereoporto e, figuriamoci, se avrebbero potuto permettersi di essere scoperti, cosa, invece, che sembrerebbe realmente avvenuta (non c'ero, quindi mi attengo alle fonti).

Alla faccia del disimpegno americano in medio oriente lì, finchè c'è un goccio di petrolio, questi ci trasferiscono anche la Casa Bianca.

Nella parte sciita e maronita le ricostruzioni sono avvenute senza l'intervento del FMI, grazie alla rete finanziaria di Hezbollah che, come Hamas in Palestina, gestisce il sociale prendendo donazioni in tutto il mondo ed in più con l'aiuto finanziario prevalente dell'Iran, nel restante territorio non so, sinceramente ,se l'operazione del FMI sia riuscita, comunque risulterebbe estremamente limitata.

Hezbollah ha ricostruito e continua a farlo, in maniera molto efficiente, mentre dall'altra parte non credo ciò sia avvenuto, questo è dovuto anche al fatto che il partito sciita  possiede una fitta rete di imprese edili in tutto il paese.

Nell'intero piano di sottomissione del Libano, il governo Siniora svolge un egregio servigio nei confronti delle mafio-lobbies-internazionali, così come Abu Mazen lo sta facendo in Palestina.

Frattini, in accordo supino con la Nato-conquista del mondo e con l'unanimità dell'attuale governo (lo stesso che seguì Bush in Iraq), dà il suo totale ed incondizionato (notare l'affermazione priva di qualsiasi spessore politico) appoggio al governo Siniora, mentre il partito di gran lunga più grande del Libano  ed eroe incontrastato della guerra contro Israele (prima del 2006 già cacciò le stesse truppe che avevano precedentemente invaso il paese, al tempo spalleggiate dall' ancora politicamente attivo nell'attuale governo, Jumblatt   ed il defunto Gemajel) viene ancora additato come terrorista.

Lo sappiamo è armato, ma lì se non ti armi, purtroppo, saresti spazzato via e verresti trattato nè più e nè meno come i palestinesi a Gaza.

Dall'articolo risulterebbe che tutto stia tornando come prima, ma non per le decine (?) di vittime di questi giorni.

Geopardy

 

Hezbollah si ritira, il Libano ha evitato il baratro
Dopo quattro giorni di silenzio, il premier Siniora ha pubblicamente sfidato il 'golpe' di Hezbollah, sferzando l'esercito ad "assumersi le sue responsabilità". Le forze armate hanno reagito, rivendicando "il controllo della sicurezza". Subito dopo Hezbollah ha annunciato la consegna di Beirut ovest sunnita all'esercito.

Il tutto è avvenuto nell'arco di poco più di tre ore, vissute sul filo del rasoio. In bilico tra un allentamento della tensione e la possibilità di uno scontro a tutto campo, di vera e propria guerra civile. Nelle ore precedenti, i segnali erano stati sempre più inquietanti, di una diffusione del conflitto in tutto il Paese.   

UN BILANCIO PESANTE Sparatorie, scontri e morti ci sono stati a Beirut, ma non solo. Nel Nord, ad Halba, non lontano dal confine con la Siria, 14 persone sono rimaste uccise in scontri fra sostenitori della maggioranza governativa e attivisti dell'opposizione filosiriana. E ancora, a Aley, ad una ventina di km ad Est della capitale, sei morti in una battaglia tra milizie sciite di Hezbollah e seguaci del Partito socialista progressista (Psp) del leader druso filogovernativo Walid Jublatt.  Altri combattimenti si sono registrati nella notte a Sidone, 40 km a Sud di Beirut, dove due persone sono rimaste uccise, e nel porto settentrionale di Tripoli a 90 km a Nord della capitale. E a Beirut, sei persone sono morte e una trentina di altre sono rimaste feriti quando un gruppo di miliziani non identificati ha aperto il fuoco su un corteo funebre nella parte Ovest della città, da dove oggi sono stati peraltro evacuati una quindicina di italiani scortati dai carabinieri del Tuscania.

SINIORA CONTRO I “GOLPISTI”   In questa atmosfera, Siniora ha parlato alla nazione, in diretta Tv. Non ha usato giri di parole: "il Paese non cadrà nelle mani dei golpisti", di coloro "che sanno solo attuare un colpo di Stato e l'egemonia", ha detto con tono fermo. "Le armi non ci metteranno paura, non torneremo sulle decisioni, anche se (i miliziani di Hezbollah) utilizzeranno le loro armi più di quanto hanno fatto fino ad ora", ha quasi scandito.  Poi l'ammonimento alle forze armate: "Ho chiesto al comando dell'esercito di proteggere i libanesi e preservare la pace civile...senza esitazioni e ritardi, cosa che invece ancora non ha fatto". L'esercito deve "imporre la sicurezza in tutte le regioni del Paese e costringere gli uomini armati a lasciare le strade, immediatamente". 

IL RUOLO DELL’ESERCITO Dopo meno di un'ora in cui ci si domandava da che parte i militari, guidati dal generale Michel Suleiman, si sarebbero schierati, è arrivato un comunicato ufficiale del Comando. A metà strada, tra governo e opposizione. Da una parte i militari hanno fatto sapere che il responsabile della sicurezza dell'aeroporto internazionale di Beirut non sarà rimosso dal suo incarico "fino a quando non sarà stata provata la sua colpevolezza" e che gestirà la questione della rete telefonica militare di Hezbollah in un modo "che non danneggi la resistenza (Hezbollah) o gli interessi pubblici".  E questo accontenta il Partito di Dio. Nel medesimo tempo ha fatto sapere di aver dato ordine "a tutte le sue unità" di assumere la responsabilità del mantenimento della sicurezza e di far applicare l'autorità dello Stato e arrestare chi viola la legge. E questo accontenta il governo.

LA DISOBBEDIENZA CONTINUA Dopo meno di un'ora, l'annuncio dell'emittente tv al Manar, 'il Faro’ di  Hezbollah: La presenza dei miliziani armati dalle strade di Beirut sarà rimossa e la città sarà consegnata all'esercito, anche se "continuerà la disobbedienza civile, fino a quando non saranno accolte le  richieste" avanzate dal partito del Sayyed Hassan Nasrallah, le chi parole di "dichiarazione di guerra" giovedì hanno scatenato l'inferno in cui fino ad oggi sono state uccise, secondo fonti concordanti, dalle 35 alle 40 persone, e altre decine ferite.

 Fonte Unione Sarda

postato da: GEOPARDY alle ore 00:33 | link | commenti (2)
categorie: libano
domenica, 04 maggio 2008

NON SOLO ABKHAZI LORO

Quando si scelgono la violenza e la forza per dirimere tutte le questioni, bisogna aspettarsi una risposta altrettanto forte prima o poi.

Tutti parlano di pace, ma il mondo sta riarmandosi pericolosamente, appunto perchè la "prima potenza" del mondo non fa altro che armarsi e minacciare, per poi ogni tanto passare ai fatti (finora solo con paesi non in grado di difendersi da un'aggressione militare Usa).

Ora i nuovi alleatini fanno i duri, sicuramente spalleggiati da chi li arma e li annette.

In quella regione, però, si è a stretto contatto con una risorgente super potenza militare ed anche  economica, che si chiama Russia, la quale è sfuggita , con il saldo dei debiti nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e contratti da Baris Eltsin, al diretto controllo della finanza predatoria internazionale.

Lì siamo al confine dello SCO (la nascente simil Nato dell'Asia) ed anche dove è stato concepito, ma pure delle riserve vitali di gas e greggio, comprese tutte le varie diramazioni delle attuali e future pipe lines.

Siamo ad un passo dall'Iran e dalla Turchia, un nuovo fronte di guerra lì non so se ci lascerebbe immuni dalla sua espansione.

Oggi sempre meno la chioccia Usa fa uova buone, personalmente, se fossi al confine con l'Eurasia ci penserei non due, ma milioni di volte prima di provocare un conflitto i cui scossoni siano imprevedibili.

Neanche lì, evidentemente, esiste una classe politica degna di essere defnita tale e che faccia il benchè minimo interesse di chi li elegge.

Vero, la globalizzazione finanziaria ha reso tutto il mondo un paese.

Geopardy

 

Aerei spia georgiani abbattuti in Abkhazia, dicono ribelli
domenica, 4 maggio 2008 3.42 40
 

SUKHUMI, Georgia (Reuters) - I separatisti dell'Abkhazia, la provincia secessionista della Georgia, hanno detto di avere abbattuto oggi due aerei spia senza pilota sul territorio sotto il loro controllo, ma la Georgia ha smentito di avere mandato velivoli sulla zona.

La regione del Mar Nero è al centro di forti tensioni tre la Russia, che sostiene i separatisti, e la leadership filo-occidentale georgiana. I diplomatici occidentali avvertono che la tensione potrebbe sfociare in un conflitto su larga scala.

"Due droni spia georgiani sono stati abbattuti dalle forze di difesa aerea abkhaze oggi verso le 16.00 ora locale (le 14.00 in Italia)", ha detto al telefono a Reuters il ministro degli Esteri secessionista Sergei Shamba. "I voli di aerei spia sono la dimostrazione delle intenzioni aggressive della Georgia verso l'Abkhazia".

Un alto funzionario del ministero dell'Interno georgiano ha detto che non c'erano attività aeree del suo paese sulla regione.

L'abbattimento di un drone georgiano lo scorso mese sull'Abkhazia ha innescato una dura polemica; la Georgia ha accusato la Russia dell'abbattimento e di volere annettere l'Abkhazia, ma Mosca ha negato il suo coinvolgimento nell'accaduto e ha detto che il volo di aerei spia georgiani viola le disposizioni delle Nazioni Unite.

La Russia ha inviato la scorsa settimana altre truppe in Abkhazia per contrastare quella che definisce la preparazione di un attacco militare da parte di Tbilisi, la quale però nega ogni intenzione offensiva.


 Fonte Reuters Italia

postato da: GEOPARDY alle ore 23:20 | link | commenti
categorie: russia
venerdì, 02 maggio 2008

DAI CORAGGIO! DISUBBIDITE A WASHINGTON

Non so chi di voi abbia visto la trasmissione di Gad Lerner di qualche sera fa su La7.

Riguardava il problema isrealo -palestinese e prendeva a pretesto il boicottaggio della fiera del libro di Torino, dedicata al 60 esimo anno della nascita dello stato di Israele.

Mi è sembrato che in sala, almeno per la parte che ho seguito, tutto sommato sia emersa una volontà di far riconciliare le due parti.

Bene!

L' Egitto si è mosso ed ha proposto ciò che leggerete nell'articolo sottostante.

Vorrei aggiungere un antico detto popolare:

"ogni occasione è persa" .

Speriamo che il governo israeliano e, voglio proprio essere totalmente super partese e politically correct, quello palestinese colgano il senso del detto.

Geopardy

 

L'Egitto ha inoltrato oggi a Israele una bozza ufficiale di proposta per un cessate il fuoco totale con Hamas e con le fazioni della resistenza.

Il documento richiede che la tregua abbia inizio nella Striscia di Gaza e che successivamente venga applicata anche alla Cisgiordania.

E' quanto ha riportato oggi il quotidiano israeliano Ma'ariv.

La bozza comprende la fine dell'embargo contro la Striscia e l'erogazione di rifornimenti di carburante.

Per quanto riguarda la liberazione del soldato israeliano sequestrato due anni fa, Gilad Shalit, il quotidiano ebraico aggiunge che l'Egitto ha promesso di continuare gli sforzi per trovare una soluzione.

Fonte infopal

postato da: GEOPARDY alle ore 18:29 | link | commenti
categorie: palestina, israele
mercoledì, 30 aprile 2008

TUTTO TACE

Sembrano le cronache dal GHETTO DI VARSAVIA.

Come hanno ridotto la PALESTINA !

Americani fate qualcosa voi, poichè l'Europa, dal punto di vista politico, conta come la Palestina  e non ha attualmente una classe politica degna di essere definita tale.

Geopardy

Gaza - Infopal

29/04/2008

Sottoposta ormai da mesi a stretto assedio e embargo internazionale, la popolazione è ridotta alla fame e i morti devono essere trasportati da carretti trainati da bestie.

Oggi, il ministero della sanità del governo della Striscia di Gaza ha dichiarato che carri trainati da animali hanno trasportato i feriti negli ospedali, a causa del blocco delle ambulanze rimaste senza carburante, e ha rinnovato la richiesta per il rifornimento del carburante necessario a far funzionare gli ospedali e i veicoli di emergenza.

Il ministero ha condannato il silenzio delle comunità internazionale e araba verso i crimini commessi da Israele e l’assedio e ha invitato a intervenire velocemente "per salvare i cittadini dalla morte causata dalla macchina da guerra sionista".

 

postato da: GEOPARDY alle ore 10:19 | link | commenti
categorie: palestina
sabato, 26 aprile 2008

IL MONDO IN MOVIMENTO

L'Europa????

Geopardy

Accordi Brasile-Venezuela: verso una alleanza militare sudamericana svincolata da Washington
25 Aprile 2008

Bagozzi Marco

– 24 aprile 2008

La violazione della sovranità territoriale dell’Ecuador, effettuata dalla Colombia, all’inizio di marzo, che ha portato alla morte del “numero due” della FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) Raul Reyes, ha dato una vistosa accelerata al progetto di integrazione sudamericana proposta dal presidente del Venezuela Hugo Chavez.

Nella recente visita di Chavez in Brasile, il presidente venezuelano ha ricevuto dal parigrado Luis Ignacio Lula la proposta di costituzione di un Consiglio di Difesa Sudamericano. La proposta è stata accettata entusiasticamente dal presidente bolivarista, che vede in questa soluzione il viatico per l’isolamento dei governi filoamericani (Perù e Colombia in primis) e di conseguenza il rafforzamento del fronte socialista sudamericano (ancora in ottima salute come dimostra la vittoria in Paraguay del “prete rosso” Fernando Lugo).

Di fatto il progetto si finalizzerebbe nel giro pochi anni in una vera e propria alleanza militare sudamericana, con comandi congiunti e scambi di informazioni e materiale per la difesa, come già avanzato da Chavez nel 1999 quando “ero solo un gallo solitario, oggi ci sono altri galli” ha ricordato il presidente.

Legato alla proposta di difesa comune sono in discussione programmi economici e di integrazione regionale su base tecnica e culturale. Nell’incontro di Pernambuco i due presidenti hanno trovato accordi bilaterali, allargabili, in seguito, a tutta il continente. Particolarmente importanti sono i piani per le iniziative congiunte nel settore energetico, dopo la scoperta di un enorme giacimento petrolifero in Brasile, che sembra possa contenere quasi 100 miliardi di barili, sulla cui usufruibilità esistono ancora numerose perplessità. I presidenti hanno visitato le raffinerie Abreu e Lima, costruite dalle industrie petrolifere statali PETROBRAS e PDVSA.

I due governi hanno consolidato anche la collaborazione tecnico-industriale ed agricola, già avviata con i progetti in Venezuela dell’Associazione Brasiliana di Sviluppo Industriale (ABDI) e dell’impresa Brasiliana di Indagine Agricola e sull’Allevamento (EMBRAPA), hanno accennato alle iniziative in campo educativo e culturale, e rafforzato la collaborazione nei trattati multilaterali con i paesi africani.

L’importanza dei buoni rapporti tra questi due paesi è dimostrata da questi dati: Le esportazioni brasiliane in Venezuela, nel 2007, hanno raggiunto un valore di 4.720 milioni di dollari e le importazioni da questo paese hanno raggiunto i 346 milioni, totalizzando una bilancia commerciale di 5.070 milioni, del 22% superiore a quella del 2006.

Toccherà ora al ministro della Difesa brasiliana, Nelson Jobin, tessere le fila, in un lungo viaggio diplomatico in tutto il Sudamerica e convincere tutte i potenziali aderenti. La questione della Nato sudamericana sarà esposta alla prossima riunione dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR) in programma nel mese di maggio
.

postato da: GEOPARDY alle ore 21:10 | link | commenti (4)
categorie: venezuela
lunedì, 21 aprile 2008

DAL CILIEGIO NON NASCONO BANANE

Per comprendere l'Israele politico odierno, con la continua e sistematica ideologia della sopraffazione e sopprressione del popolo palestinese e libanese, diamo uno sguardo al curriculum di uno dei suoi fondatori ed eroi.

Da questo "grande eroe" dello stato di Israele se ne evince la tuttora attualissima metodologia, continuamente rafforzata da un'impunità di cui non si intravede la fine.

Spero che gli ebrei di tutto il mondo (dentro e fuori Israele), possano prendere coscienza quanto prima di quale logica  siano stati e continuino ad essere strumento, riconoscendo in questo metodo, ciò che essi stessi hanno storicamente sperimentato sulla propria pelle.

Se ciò non avvenisse, da parte ebraica, la storia li sconfiggerà definitivamente.

Geopardy

 

 

Biografia di Menachem Begin

Tratto da “OP: settimanale di fatti e notizie” di Mino Pecorelli - 16 gennaio 1979

Nato a Brest Litovsk, Polonia, nel 1913.
Nel 1939, all'inizio della guerra, diserta dall'esercito polacco e si arruola in quello sovietico.
Alla fine della guerra, ottiene dall'Armata Rossa l'autorizzazione a recarsi in Palestina per compiere una missione speciale.
In Palestina, per meglio iniziare l'azione terroristica alla quale era stato assegnato dai sovietici, si arruola nell'esercito britannico.
Nel 1946 abbandona l'esercito britannico e aderisce alla Irgun Zvai Leumi, di cui diventa ben presto il capo. Organizza e dirige l'attività terroristica della Irgun, sia contro gli arabi che contro gli inglesi.

Il 25 aprile 1946 guida personalmente un commando che attacca un garage inglese uccidendone tutto il personale addetto.

Il 22 luglio 1946 è alla testa del gruppo di terroristi che fa esplodere l'hotel King David provocando la morte di 97 persone, in gran parte ammalati, feriti, medici e infermiere (l'hotel era adibito a ospedale militare).

Il 1 marzo 1947 uccide due ufficiali britannici in un circolo militare inglese.

Il 18 aprile uccide un passante con una bomba, in una azione intimidatoria terrorista. Due giorni dopo lancia un'altra bomba contro un ospedale della Croce Rossa Internazionale di Gerusalemme.

Il 12 luglio 1947 con alcuni compagni rapisce due sottufficiali inglesi appena ventenni, Mervyn Paice e Clifford Martin: li tortura a lungo e li impicca poi con fil di ferro. Ai due cadaveri lega una bomba che ferisce i soccorritori sopraggiunti.

Tre mesi dopo dirige una rapina ad una succursale della Barclay's Bank e, nel fuggire col bottino, uccide quattro agenti di servizio.

Nel febbraio 1948 dirige un gruppo di terroristi in un attacco contro un ospedale inglese di Gerusalemme: risultato, tre militari feriti vengono assassinati nei loro letti.

Il 10 aprile 1948, il più odioso e più noto dei crimini delle lotte in Palestina: Begin mette a punto e dirige personalmente l'azione di rappresaglia contro il villaggio arabo di Deir Yassin, con l'uccisione a sangue freddo di tutti e 254 i suoi abitanti, compresi i vecchi, gli infermi e i bambini in fasce.

Azioni analoghe saranno volute, da Begin capo del governo di Israele, contro villaggi arabi al di là della frontiera libanese: le vittime, migliaia.  

 

La foto non è compresa nell'articolo di OP

Al terrorista Menachem Begin, venne assegnato nel 1978 il Premio Nobel per la Pace!!!

 

Fonte disinformazione

postato da: GEOPARDY alle ore 10:44 | link | commenti (6)
categorie: israele
mercoledì, 16 aprile 2008

LA REDENZIONE DI CARTER

PACE IN TERRA AGLI UOMINI DI BUONA VOLONTA'.

Geopardy

Gaza - Infopal

Fonti palestinesi hanno riferito che Hamas e il governo di Ismail Haniyah hanno ricevuto un invito per incontrare l’ex presidente americano Jimmy Carter al Cairo.

L'invito nella capitale egiziana è stato formulato dopo il divieto da parte di Israele all'ingresso di Carter nella Striscia di Gaza, dove avrebbe voluto incontrare i dirigenti di Hamas.

Le stesse fonti hanno spiegato che az-Zahar e Said Siyam, due dirigenti di spicco del movimento di resistenza islamica, si recheranno al Cairo e che la delegazione chiarirà a Carter la posizione di Hamas e del governo su tutte le questioni in sospeso, in particolare l’assedio imposto da Israele e dall’America alla Striscia di Gaza.

Venerdì 18 aprile, l’ex presidente Carter incontrerà a Damasco il presidente dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Mishaal, nonostante i tentativi americani e israeliani di far fallire l'iniziativa. Carter ha confermato la necessità di coinvolgere Hamas e Siria nell'agenda politica mediorientale.

Ricordiamo che l'ex presidente Usa è autore del bestseller "Palestine, peace not apartheid", molto criticato da Israele.

postato da: GEOPARDY alle ore 14:36 | link | commenti (2)
categorie: palestina, israele
giovedì, 10 aprile 2008

IL SEGRETO DI NIKOLAS TESLA

Quanti di noi si saranno chiesti come nasce questo tipo di società e quanti si saranno convinti del fatto, che non si possano avere così tante cose senza pagarne un prezzo nell'ecosistema.

Vero, verissimo, ma veramente non ci si poteva sviluppare in maniera differente?

La scienza ha realmente seguito l'unica strada possibile, oppure altri meccanismi nati dall'ego dell'uomo, che trova la sua esaltazione nella legge dell'investimento finanziario, ormai giunto al livello di essere l'oggetto del "guadagno" fine a se stesso, siano subentrati a condizionarne le scelte e le direzioni?

Un uomo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, al cui genio,  quasi tutto di ciò che concerne la nostra esistenza odierna (compresi i mass media), dobbiamo, ci risponde attraverso un film biografico (di cui, personalmente non avevo mai sentito parlare) in cui, niente popò di meno c'è Orson Wels in persona che interpreta la parte dell'ego fuorviante del mondo, Morgan, il fondatore della banca più potente degli USA..

Nikolas Tesla, il padre dell'elettromagnetismo (una riduzione senz'altro delle sue intuizioni ben più geniali), un uomo definito in uno strano equilibrio tra visionarismo e scienza, in realtà, secondo me, una più moderna espressione del concetto di "Scienza Intuitiva", filosoficamente rivelataci dall'insuperabile Giordano Bruno (una grandiosa mente di scienza mistica).

Il quale mise in guardia lo stesso Galilei (manifestandogli al tempo stesso ammirazione), circa i limiti del metodo scientifico.

Nel film, secondo me,  è il grande inventore Thomas Edison a rappresentare la scienza galileiana, mentre Tesla rappresenta la scienza intuitiva.

Geopardy

 

Il segreto di Nikola Tesla - parte 1 di 10
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categorie: scienza, finanza, tesla
mercoledì, 02 aprile 2008

RIAPPROPRIAMOCI DELLA DEMOCRAZIA

Comitati d'affari, finanza e politica, sarà questo il futuro dell'umanità?

Quanti Falcone e Borsellino per il Kossovo di domani?

QUALE DEMOCRAZIA STIAMO COSTRUENDO NEL MONDO?

Geopardy

IL NUOVO ORDINE MONDIALE NELLE PAROLE DEL GENERALE MINI

01 / 04 / 08

 

 

Le parole del Generale Fabio Mini, ex comandante della Missione KFOR in Kosovo, nell’intervista rilasciata alla redazione di Rinascita Balcanica. Un’analisi forte e pragmatica delle manipolazioni medianiche, politiche e militari subite dagli Stati dei Balcani.

Il quadro più vasto e terribile dell’imposizione del potere della Nato e delle strutture di potere sopranazionali. “Le strutture che manovrano gli Stati e fanno i propri interessi, appartengono, in maggioranza, a strutture che sono invisibili soltanto a chi non le vuole vedere”, dichiara il generale Mini.

 

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I Governi occidentali hanno esercitato molte pressioni per dare agli albanesi del Kosovo uno Stato. Eppure, la dichiarazione di indipendenza di Pristina specifica che resta in vigore la risoluzione 1244 dell'ONU, tale che il potere di fatto continua a rimanere nelle mani della missione internazionale. La stessa missione europea si trova ora in una situazione di impasse dopo che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha confermato la permanenza della UNMIK in territorio kosovaro. È possibile affermare dunque, secondo lei, che sia stato concesso solo un contentino agli albanesi del Kosovo per raggiungere invece altri scopi?

Non direi che si tratta di un contentino. Ritengo che sia stato fatto un grosso regalo a quanti, albanesi e non albanesi, volevano smantellare l’attuale ordine giuridico mondiale che si fonda sul principio della sovranità degli stati e sulla unica competenza delle Nazioni Unite nella gestione della sicurezza internazionale. La dichiarazione unilaterale non avrebbe nessun significato pratico se non fosse seguita dai riconoscimenti degli Stati e questo sta avvenendo da parte di quelli che da tempo vogliono delegittimare le Nazioni Unite seguiti a ruota da altri Paesi impotenti di fronte alle pressioni . La 1244 è stata violata da coloro che hanno proclamato l’indipendenza ma ancor di più da chi gliel’ha scritta. E non sono stati i kosovari. Il fatto che tutti dicano che la risoluzione rimane in vigore serve solo a mascherare la premeditazione della violazione. Il potere non è nelle mani della Unmik, che oggi è più debole che mai e non passerà nelle mani né dell’Europa né dei kosovari. Resta nelle mani dei provocatori e dei profittatori di qualsiasi parte che hanno interessi illeciti che solo uno stato illecito può garantire. Resta nelle mani di quelli che fregandosene di tutti i kosovari e della loro dignità vogliono usare il Kosovo come il grimaldello per forzare il quadro di legittimità sul quale si fonda tutto il sistema politico mondiale attuale.

Generale Mini, nella sua intervista al Corriera della Sera, lei ha dichiarato che "il nuovo Stato del Kosovo conviene solo ai clan", in quanto "sarà un porto franco per il denaro che arriva dall'Est". Secondo lei, dunque, è possibile affermare che vi sono delle strutture invisibili dietro gli Stati che manipolano e calpestano le Carte Costituzionali per raggiungere i propri scopi?

Tra i profittatori di un quadro di legalità violata ci sono le parti politiche, quelle economiche e, non ultime, quelle criminali. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio ma il Kosovo è uno dei tanti esempi di sovrapposizione di questi interessi. Le strutture che manovrano gli Stati e fanno i propri interessi non sono sempre invisibili. Anzi, quelli che manipolano e calpestano appartengono in maggioranza a strutture che sono invisibili soltanto a chi non vuole vedere. Chi ha occhi per vedere ed un cervello proprio per giudicare può individuare strutture e persone con nome e cognome. Di esse si sa cosa fanno e perché. Si conoscono le sedi e le attività. Non è necessario pensare soltanto all’occulto o all’esoterico o ai soliti servizi segreti deviati per scoprire trame illecite e destabilizzanti, basta consultare documenti e dati pubblici, conti correnti, connessioni d’affari e soprattutto basta avere memoria: le persone coinvolte sono quasi sempre le stesse o i loro cloni.

Oggi assistiamo ad una vera e propria "guerra fredda" all'interno delle Nazioni Unite. Secondo lei, le divisioni e le pressioni interne sono la prova che si cerca di cancellare l'Onu, per rafforzare la Nato o creare altre strutture sovranazionali?

Da quasi vent’anni è in atto un tentativo di stabilire un Nuovo Ordine Internazionale. Il modello della globalizzazione economica avrebbe dovuto guidare quello di un nuovo quadro istituzionale. Alla fine della guerra fredda ci si è resi subito conto che le Nazioni Unite dovevano essere riformate per adeguare la sicurezza e i rapporti internazionali ai nuovi rapporti di forze. Il modello che sembrava ineluttabile era quello unipolare con gli Stati Uniti alla guida e a guardia del mondo in maniera diretta e indiretta attraverso degli organi delegati: i cosiddetti vice sceriffi. L’Australia si è assunta questo ruolo in Asia, Israele in Medio Oriente e la Nato in Europa. In particolare, la Nato ha ricevuto anche il compito di impedire la nascita di una forza di sicurezza europea e di guidare l’espansione occidentale ad est approfittando della debolezza russa. Gli Stati Uniti si sono riservati il ruolo dominante in tutto il mondo ed hanno assunto come priorità strategiche il contenimento economico e militare della Cina e l’abbattimento di tutti i regimi islamici autocratici detentori delle enormi risorse petrolifere.
In questo progetto i Balcani dovevano essere assimilati e questo poteva essere fatto essenzialmente smembrando la Jugoslavia. Laddove l’assimilazione non fosse stata possibile, i Balcani dovevano essere ribalcanizzati frazionandone i territori, limitandone la sovranità, la libertà e il progresso economico e lasciando chi si opponeva nel limbo o nel caos. Per quanto possa sembrare assurdo questo progetto all’inizio non aveva una connotazione imperialistica, ma rispondeva al genuino desiderio degli Stati Uniti di imporre, dopo la Guerra Fredda, un assetto più governabile e gestibile. Quando però si parla di interessi statunitensi, si parla essenzialmente di una politica di potenza e non di semplice solidarietà. Una politica in minima parte guidata dal governo e quasi totalmente asservita a logiche e lobby economico industriali. I risultati sono stati evidenti proprio con i Balcani e il Kosovo in particolare. Non è stato fatto nulla per impedirne lo sfaldamento e per evitare il ritorno dei nazionalismi più disumani. Le stesse persone che hanno condotto le varie guerre balcaniche sono le stesse che hanno addestrato e alimentato le bande paramilitari, che hanno dato vita a dei mostri giuridici, che hanno imposto trattati ineguali e che hanno alimentato il caos plaudendo alle cosiddette indipendenze su base etnica.
Se il progetto ha avuto “successo” nei Balcani e nell’Europa orientale, è stato meno fortunato nelle espansioni in Russia, Medio Oriente e Asia. La Russia si è ripresa più presto di quanto la Nato si aspettasse, il terrorismo islamico ha trasformato le guerre in Medioriente e in Asia Centrale in ostacoli insormontabili e pozzi senza fondo. Il presunto alleato di ferro in Asia, il Pakistan di Musharraf si è dimostrato vulnerabile mentre la Cina e l’India non intendono assolvere un ruolo marginale.
La lotta quindi non è “fredda” e non si limita ai corridoi ovattati dell’Onu. E’ guerra aperta che vede gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e qualche alleato volontario o involontario contro tutto il sistema giuridico che giustifica gli attuali equilibri. Il Kosovo è una delle tante battaglie, come quelle mai sopite del Tibet, del Xinjiang, del Caucaso, dell’Iran, della Korea, di Taiwan e così via.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha dichiarato che occorre istituire un "Nuovo Ordine Mondiale" per combattere il terrorismo e risolvere le controversie internazionali. A che tipo di struttura crede si riferisca il Presidente?

Penso che si riferisca ad una rivitalizzazione dell’Onu in chiave multilaterale con più paesi chiamati a gestire la sicurezza internazionale. E’ un progetto che ha senso solo se i paesi designati a guidare la sicurezza mondiale rappresentano posizioni diverse, se sono autonomi, se hanno opinioni proprie giustificate da interessi collettivi e dalla ricerca della pace e dello sviluppo umano e se hanno il coraggio di sostenerle e difenderle. Oggi solo Cina e Russia sembrano avere alcune di queste capacità nei confronti della posizione dominante degli Stati Uniti, ma fanno già parte di questo consesso che dimostra tutta la sua inefficienza e non sembrano molto impegnate nella ricerca della pace e dello sviluppo umano. Non credo che l’Onu in via di fallimento possa essere la base del rafforzamento multilaterale e la tendenza generale riscontrabile nei Balcani e nel resto del mondo è proprio per la sua completa delegittimazione. Per questo penso che fino a quando non cambiano le condizioni di equilibrio e non si sviluppa nei paesi civili la coscienza della propria autonomia, l’idea del multilateralismo e della solidarietà internazionale è destinata ad essere un auspicio senza fondamento pratico.

Dopo la dichiarazione unilaterale dell'Indipendenza del Kosovo, crede che anche l'Italia potrebbe avere gli stessi problemi nei confronti dei movimenti independentisti? Ma soprattutto, crede che la questione del Kosovo metta in discussione la sovranità degli Stati?
Il regime di sovranità degli stati è stato messo in ginocchio non tanto dalla dichiarazione d’Indipendenza ma dall’accordo di alcuni Stati di riconoscerla come legittima. Oggi qualsiasi paese deve prenderne atto e temerne le conseguenze. Non si tratta soltanto di salvaguardare l’integrità degli stessi Stati ma quella di garantire un quadro di riferimento globale corretto e giuridicamente ineccepibile. Nessun Stato al mondo oggi può più ritenersi sovrano perché il quadro giuridico che lo garantiva è stato violentato. Quindi è vero che gli Sati che hanno movimenti di secessione come l’Italia sono i primi ad essere in pericolo di vere e proprie destabilizzazioni, ma è anche vero che nessun Stato al mondo ha più riferimenti certi di legittimità. La legge del più forte o di chi grida e minaccia di più non è sufficiente a sostituire il quadro alterato. Per quanto siano forti e potenti, tutti gli Stati hanno vulnerabilità che possono metterli nelle mani di ricattatori e di sfruttatori. Gli stessi Stati Uniti sono oggi ostaggio di molti pseudo alleati e di tutti gli avversari che li costringono ad un dissanguamento continuo di uomini, mezzi, risorse, prestigio e credibilità.

Secondo quanto affermato dall'Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, l'Italia nel giro di due anni ha cambiato radicalmente la sua posizione nei confronti del Kosovo, negando così il suo sostegno alla Serbia. Perché questo cambiamento?

L’Italia di questi ultimi dieci anni appartiene al novero dei paesi a sovranità limitata. Non ha mai voluto esprimere una politica propria in ambito Nato ed è tranquillamente passata da un sostegno agli interessi collettivi a quello degli interessi del più forte. Non ha voluto o potuto esprimere un forte appoggio neppure per l’Europa e di fatto quando si è trattato di scegliere tra l’unità europea e l’acquiescenza nei confronti degli interessi americani ha sempre optato per quest’ultima. Il sostegno alla Serbia, se mai c’è stato, non poteva più proseguire di fronte alle pressioni americane. E’ una triste realtà che viene resa drammatica dal fatto che la politica di acquiescenza finora adottata non ha portato alcun vantaggio né all’Italia né all’Europa. Non ha neppure portato benefici agli stessi Stati Uniti che dovendo ricorrere alla forza e all’arroganza non hanno fatto altro che perdere credibilità e autorevolezza.

Stando agli ultimi dati rilevati, da quando si è insediata in Kosovo la missione internazionale dell'ONU, il traffico di droga e di armi, nonché le rappresaglie e le discriminazioni razziali nei confronti del popolo serbo, sono notevolmente aumentati. Allo stesso modo, sono aumentati anche i casi di corruzione tra le classi politiche. Come spiega questi dati? Ma soprattutto che modello di democrazia cerchiamo di esportare?

La spiegazione sta nella errata interpretazione da parte della Nato e della Unmik della sicurezza del Kosovo. Per anni si è ritenuto che le minacce alla sicurezza del Kosovo venissero dalle forze armate serbe. Abbiamo passato 4 anni a controllare i sentieri da possibili infiltrazioni dell’esercito serbo e intanto si permettevano i traffici illeciti e le corruzioni interne. Quando da comandante di Kfor ho cercato di spostare l’attenzione sulle vere minacce sono stato ascoltato da tutti i miei superiori anche statunitensi, ma guardato con diffidenza dai burocrati della politica Nato che pensavano che volessi intromettermi nei loro affari. Purtroppo nella Nato non comandano i generali sul campo ma i burocrati e i generali da corridoio.
Così ho faticato molto a convincere la Nato che la sicurezza del Kosovo non dipendeva da quanti carri armati serbi si muovevano intorno a Rudare, ma dalla crescita della criminalità, dalla corruzione, dall’inefficienza, dalla discriminazione etnica, dal mancato rilancio dell’economia, dal mancato rispetto delle minoranze, dalla parzialità della ricostruzione e della giustizia, dalla politica fallimentare dei ritorni dei rifugiati e del ripristino dei diritti di proprietà e, infine, dal rifiuto assoluto, quasi maniacale, di autorizzare il dialogo tra Unmik, Kfor e Belgrado. Sono riuscito a fare qualcosa per riequilibrare le percezioni, ma non mi sono mai fatto illusioni sulla capacità di imprimere un vero cambiamento. In realtà ero consapevole di costituire io stesso una vera e propria minaccia al sistema di omertà che tendeva a nascondere i molti insuccessi per non confessare le responsabilità.
Non mi è dispiaciuto svolgere questo ruolo perché mi ha dato modo di impegnarmi per tutto il popolo del Kosovo e per il rispetto delle regole. Sono ancora oggi convinto che il sistema democratico non si possa esportare né imporre con la forza, l’adulazione o il ricatto. Ogni nazione se lo deve costruire giorno per giorno stabilendo una legalità che salvaguardi la civiltà, l’umanità e gli interessi della collettività e non soltanto quelli della maggioranza. La democrazia intesa solo come diritto di voto non serve a niente se i candidati da eleggere sono imposti dall’esterno o se hanno ancora le mani sporche di sangue e il fucile fumante. La stessa democrazia della maggioranza è la forma più debole, perché più di altre si avvicina alla dittatura della maggioranza che tende sempre a soffocare i diritti dei deboli.
Nei Balcani in questi ultimi vent’anni abbiamo invece assistito a proposte di democrazia zoppa e di prevalenza etnica. Tra le difficoltà nel proporre un modello multietnico e collaborativo non ho trovato solo la diffidenza dei burocrati e la palese ostilità di quelle poche centinaia di kosovari albanesi che si vedevano minacciati da un sistema di legalità. Ho trovato resistenza anche da parte di molti serbi ai quali ogni ammissione di responsabilità o concessione di diritti alla popolazione k-albanese sembrava una sconfitta. In particolare ho notato l’atteggiamento ostile di alcuni rappresentanti della chiesa serbo-ortodossa del Kosovo. E spesso ho pensato che non avessero alcun interesse per i kosovari, ma che stessero combattendo con le stesse armi del nazionalismo e dell’estremismo che rinfacciavano ai propri avversari. Se la situazione è precipitata è stato anche per questo atteggiamento di chiusura al dialogo che è stato un grande favore a coloro che volevano infliggere il colpo mortale alla Serbia e che volevano mortificare tutto il popolo kosovaro sostenendolo in un'operazione di delegittimazione dell’ordine mondiale. I kosovari, e mi riferisco ai due milioni di individui per bene appartenenti ad ogni etnia, non meritano di entrare nella storia degli Stati come fuorilegge.

Come lei sa bene, dopo i bombardamenti del 1999, il Kosovo è stato teatro di speculazioni ancora oggi non chiare. Una di queste è il giallo legato alla miniera della Trepca, che è stata data in concessione a società occidentali e successivamente chiusa perché causava un grande inquinamento. Cosa può dirci lei della strana controversia della miniera della Trepca?

Posso solo parlare di quello di cui sono stato testimone. Il complesso della Trepca era un gioiello di produzione, ma un esempio negativo di rispetto per l’ambiente e per le persone. La lavorazione dello zinco elettrolitico che a Mitrovica aveva uno degli impianti più avanzati era finita per la distruzione delle grandi vasche provocata da un improbabile guasto proprio durante il primo periodo di controllo di Kfor. Durante il sopralluogo che ho fatto personalmente dopo tre anni dall’evento ho ricavato l’impressione che si fosse trattato di un sabotaggio. Qualcuno non voleva che gli impianti potessero aiutare il Kosovo a risollevarsi. Albanesi o Serbi? Non lo so, ma non escluderei neppure le responsabilità di qualche trafficante internazionale. I depositi avevano montagne di concentrato di piombo e zinco che stavano per essere cedute per quattro soldi. Il reparto di costruzione delle batterie era condotto da quattro operai sdentati che, pur essendo più giovani di me di vent’anni, sembravano miei nonni: tanta era stata la devastazione fisica a contatto con acidi e piombo.
Il curatore della fabbrica, un tedesco molto efficiente, tentava di convincere Unmik a mantenere il sussidio per i seimila operai serbi e seimila albanesi che non avevano più lavoro. Molti di questi a cinquant’anni avevano il fisico completamente distrutto e non potevano affrontare alcuna riconversione produttiva. Avevano diritto ad una pensione anticipata e ad un risarcimento per i danni fisici subiti durante gli anni di miniera. Unmik si rifiutava perfino di continuare a dare un sussidio di pochi euro. La Trepca per me rimane l’esempio di una cattiva gestione ambientale e di sicurezza del lavoro prebellica, di una inutile vendetta durante la guerra e di un massacro umanitario ed economico dopo la guerra. Per molti altri è e sarà un grande affare.

Come spiega il fatto che Bernard Kouchner, Presidente dell'Organizzazione Médécins Sans Frontières e regista del documentario sui "campi di stupro" della Bosnia, rivelatosi poi un evidente falso, sia divenuto responsabile della Missione ONU in Kosovo e poi Ministro degli Esteri francese?

Evidentemente non tutti credono alle cosiddette prove inconfutabili. Non tutti sono capaci di produrle e non tutti sono ascoltati alla stessa maniera quando le producono in sede internazionale. La politica è piena di queste sorprese. Per dimostrare le bugie e le nefandezze degli altri bisogna però fare ammenda delle proprie. Non si può neppure pensare che i crimini degli altri giustifichino i propri. Chi vuole accusare deve prima liberarsi dei propri pesi morali e materiali. Kouchner si era distinto per il suo impegno umanitario. A chi vedeva nel dramma del Kosovo soltanto la dimensione umanitaria della popolazione albanese e non vedeva le strumentalizzazioni e l’uso deliberato della “bomba umanitaria”, Kouchner sembrava il più adatto ad intervenire. In effetti i suoi provvedimenti di emergenza in Kosovo sono stati adeguati ed efficaci.
Purtroppo, come quasi tutti i suoi successori e molti comandanti di Kfor, non è riuscito ad acquistare una visione equilibrata e oggettiva dei problemi. Proprio nel suo periodo sono avvenuti i più efferati episodi di contropulizia etnica e la sua amministrazione ha aiutato l’assunzione del potere da parte di capi UCK che oggi sono definiti da un k-albanese molto noto, come Pacolli, come “poco presentabili”. L’attività di Kouchner come Ministro degli esteri è influenzata dall’appartenenza ad un governo di destra ed è ancora molto segnata dai vecchi pregiudizi formati in maniera molto comprensibile negli anni d’impegno umanitario. Lo dimostra nei Balcani, ma anche nell’interventismo militare in Iran, in Africa e in Asia. Quando dal campo sanitario e umanitario è passato a quello politico forse ci abbiamo rimesso tutti. Lui compreso.

A distanza di anni, vogliamo ricordare la famosa strage di Racack del 1999, durante la quale persero la vita circa 45 kosovari, preceduta nei giorni precedenti dallo scontro tra l'UCK e l'esercito serbo. Allora, il Capo della Missione OSCE in Kosovo, William Walker, richiamò l'attenzione dei giornalisti affinchè documentassero il "genocidio" compiuto dall'esercito serbo. Eppure, un agente dei servizi segreti francesi, Henri Brunel, affermò che in quell'occasione i corpi furono portati lì intenzionalmente, per "inscenare" una strage che non era avvenuta. Cosa pensa lei di quest'episodio, dopo anni di esperienza nei Balcani?

Quando nel 2000 ho assunto la carica di Capo di Stato Maggiore del Comando della Nato del Sud Europa che aveva la responsabilità di tutte le operazioni nei Balcani ho voluto studiare e approfondire le tappe fondamentali che avevano portato alla guerra della Nato alla Serbia. Racack è stato l’episodio che ha fatto fallire i colloqui di Rambouillet e quindi ha avuto il primo posto nella mia attenzione. Quasi tutte le versioni ufficiali erano da un lato reticenti e dall’altro ideologicamente deviate. Ho poi avuto modo di verificare sul terreno molte delle incongruenze che comunque alcune fonti internazionali avevano denunciato. Mi sono convinto che il massacro era stato inscenato, ma questo non mi meraviglia. In guerra anche i morti combattono. Non mi meraviglia neppure che l’ambasciatore Walker e il suo vice abbiano avallato immediatamente l’ipotesi dell’eccidio. Bastava vedere il curriculum di Walker e l’identità dei suoi verificatori per stabilire che il loro interesse non era né verificare né prevenire né testimoniare la verità: dovevano soltanto creare le premesse per un esito già scontato.
Ciò che mi ha meravigliato è stata la reticenza del team di patologi investito del caso dall’Unione Europea. La dottoressa Helena Ranta, dentista, a capo del team di esperti finlandesi pur non avendo alcun elemento oggettivo ha avallato immediatamente e pubblicamente la tesi dell’eccidio. Non si sa se abbia mai depositato la relazione ufficiale delle autopsie. Fatto sta che i risultati ufficiali degli esami vengono pubblicati dai suoi colleghi J. Rainio, K. Lalu, A. Penttila nel 2001 su una rivista di patologia medica canadese (Forensic Science International). I risultati delle autopsie non forniscono alcuna prova che si sia trattato di un eccidio, anzi il tipo di ferite, le armi usate, i vestiti, le condizioni dei corpi, la mancanza di spari ravvicinati e di mutilazioni intenzionali (alcuni corpi si presentavano senza arti o senza testa per danni causati post mortem da animali selvatici o randagi), tutto conduce alla conclusione che le vittime sono state uccise in un periodo da 10 giorni a un mese prima del ritrovamento, in varie parti del territorio e in diverse condizioni. Questa documentazione passa ovviamente inosservata. Nel 2002 quando mi reco a Racack gli stessi soldati finlandesi che controllano la zona mi raccontano ancora la storiella dell’eccidio e si dicono fieri che sia stato un team di dottori finlandesi a denunciarlo. Potenza della propaganda!

Come lei sa, i bombardamenti della Nato nel 1999 si concentrarono nel territorio del Kosovo utilizzando una tipologia di armi evidentemente destinata a colpire infrastrutture e grandi strutture economiche, e non l'esercito o le bande armate. È stato così definito un "bombardamento umanitario" anche se è stato danneggiato soprattutto il territorio. Perché secondo lei è stato pianificato questo tipo di attacco?

L’intento dei bombardamenti non era quello di salvare la popolazione dalle rappresaglie e dalla pulizia etnica che comunque erano state fatte dalle forze serbe e soprattutto dalle bande paramilitari che forse neppure Milosevic era in grado di controllare. I bombardamenti erano una punizione. Sia in Kosovo che in Serbia l’idea era quella di operare una distruzione strutturale che fiaccasse la volontà di resistenza serba e che provocasse danni permanenti o per lo meno duraturi all’apparato produttivo. Dal punto di vista prettamente militare una settimana di bombardamenti sui centri di comando e controllo e sulle formazioni meccanizzate e corazzate sarebbe stata più che sufficiente a mettere fuori uso le minacce